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GIANFRANCO ZOLA E IL CHIODO FISSO.

Quando Roman Abramovich acquistò la squadra del Chelsea, erano passate appena 24 ore dall’addio di Gianfranco Zola ai blues. Tutti i tentativi operati dalla società di Stamford Bridge erano falliti, nonostante che Zola avesse contribuito a scrivere delle notevoli pagine della storia del sodalizio calcistico più glamour di Londra. Il piccolo tamburino sardo, opportunamente soprannominato Magic Box, per le sue delizie tecniche, era stato nominato miglior calciatore di sempre del Chelsea, oltre ad aver ricevuto numerosi riconoscimenti a livello di federazione inglese (la nobilissima FA). Cos’era successo in quei giorni? Semplice, Zola aveva risposto al richiamo della sua terra natale: la Sardegna. Chi non è sardo non può comprendere l’effetto da sradicamento che un progressivo allontanamento comporta. Ci si sente soli, orfani, anche se si sta bene altrove, come è capitato a Zola in Inghilterra.

La prima cosa che fece il magnate russo fu quella di tentare di trattenere Zola, offrendogli un ricco contratto e la possibilità di rimanere in società, una volta terminata la carriera. Ma Zola disse no. Voleva giocarsi l’ultima chance della sua straordinaria carriera in Sardegna, nel Cagliari, nella società più importante dell’isola che allora gravitava in serie B, senza alcuna ambizione di rinnovata grandezza (il Cagliari è, con il Napoli, l’unica squadra del Sud ad aver vinto uno scudetto).

La promessa di Zola era una scommessa. A 38 anni voleva riportare il Cagliari in Serie A e farcelo rimanere. Protagonista di un grosso campionato in serie B con Edy Reja, Gianfranco Zola ha mantenuto la promessa anche nel 2005 sotto la guida di Daniele Arrigoni. In una stagione condita da 10 gol, da un bel gioco (soprattutto nelle partite al Sant’Elia), ha ridato slancio alla società cagliaritana, donando entusiasmo a tutti i tifosi sardi, per i quali il Cagliari è un simbolo da mostrare con orgoglio. Zola ha inoltre contribuito a svezzare una cucciolata di bravi giocatori dal sicuro avvenire: Agostini, Langella ed Esposito su tutti. E ha sicuramente dato un’immagine esageratamente positiva alla squadra, anche quando questa andava male e perdeva troppe partite in trasferta.

Fin qui il fatto puramente sportivo, che tutti più o meno conoscono.

Oggi però Zola ha annunciato di voler lasciare il calcio. L’ha fatto in una intensa conferenza stampa (che la tv ufficiale del Chelsea rimanda continuamente), nella quale ha tutto improvvisato, con un italiano perfetto e lineare, senza sbavature, così lontano da quei “è normale che…” che riempiono gli articoli di giornale, sfornati da calciatori che non sanno mettere in riga due parole, nemmeno quando queste provengono dal cuore. Zola ha detto di voler pensare ad altro: alla sua famiglia, al sapere (quanto è distante dallo stereotipo del campione affermato). Ha detto che il calcio giocato, con il suo corollario di impegni, concentrazione, serietà, preparazione fisica, non è più la sua priorità ed è quindi giusto smettere.

Peccato. Noi siamo sicuri che il nostro connazionale domani meriterà più di un titolo in Inghilterra, nella patria del calcio e del fair-play, dove si è conquistato una stima considerevole. Quando i vari Totti, Vieri, Inzaghi, Del Piero e persino Maldini, non me ne voglia nessuno, si ritireranno è probabile che avranno titoloni ovunque in Italia. Speciali su speciali. Ma l’uomo che secondo Maradona è stato il suo più degno erede e successore, già da oggi può vedersi riconosciuta la sua grandezza, fatta di serietà, umiltà e intelligenza, oltre le nostre frontiere. Doti assai rare in un mondo che ha fatto della frivolezza, della ricchezza e della stupidità il suo poco ammirevole cavallo di battaglia.

Da tutti noi, grazie Gianfranco.

Pubblicato il 29/6/2005 alle 21.15 nella rubrica Gli Speciali.

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