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19 aprile 2008

Territorialità contro leaderismo, crisi della Sinistra e trionfo della Lega

In questi giorni il fenomeno Lega è stato sviscerato da più parti, con le dovute differenze. Il miglior pezzo che spieghi perché si vota Lega Nord è quello di Carlo Menegante, molto più efficace dell'incomprensibile e tribale servizio di Anno Zero. Tuttavia voglio proporvi un'analisi politologica comparata, se posso utilizzare questi termini alla Sartori (tranquilli, non cito Fuksas, che non conosce nemmeno le Vite di Plutarco e pretende di insegnare i teoremi di Euclide, che faccia il consorzio Nettuno no?). In questa campagna elettorale, con la novità del centrosinistra separato, si è assistito allo scontro tra due visioni similari poggianti sul comune principio del leaderismo. Il Pdl e il PD, ancora in fase embrionale, si sono affrontati con due leadership molto riconosciute, apparentate a due partiti eterodossi. Ma mentre la Lega è un partito di base territoriale, modellato sul vecchio partito di massa capillare, l'Italia dei Valori è un partito leaderista, non molto diverso da Forza Italia, come impostazione. E' connaturato alla figura di Antonio Di Pietro e al presunto apporto valoriale della sua esperienza professionale e politica. La Lega invece dimostra che il formato del partito di massa, presente in ogni piccolo comune, può essere ancora vincente se il dirigente locale coincide - grosso modo - con il dirigente nazionale. La differenza la fa la presenza fisica, che non può essere colmata candidando esponenti dell'industria veneta. Berlusconi supplisce alla mancanza di territorialità e attivismo con iniziative estemporanee (i vari circoli della Brambilla, per esempio), con l'alleanza diretta con la Lega e - soprattutto - imponendo il proprio modello di leaderismo, che in questo paese è l'unico possibile, l'unico vincente.

Veltroni, abbandonando la sinistra radicale, ha intrapreso la via del leaderismo, di cui si era avuto sentore già quando era sindaco di Roma. Il problema è che anche la sinistra radicale, per riproporre un'idea convincente di Oliviero Diliberto, negli anni è stata attirata dal nuovismo, fino a incrociare il leaderismo con la figura ormai riposata di Bertinotti. Nessuno presta fiducia a chi si fa garante di un sistema che si vorrebbe contrastare, Bertinotti dovrebbe aver imparato la lezione.

Secondo Diliberto la fase del "nuovismo" ha portato la Sinistra italiana fuori del suo alveo naturale, fino a creare un doppione del partito di Berlusconi. Nella sostanza il ragionamento è forzato, ma a livello formale il segretario dei comunisti italiani ha perfettamente ragione. Infatti la Lega oggi può corrispondere a domande sociali contingenti molto più degli eredi del partito comunista italiano e questo è clamoroso, se pensiamo che la Lega partì da presupposti di protesta-ribellione, difficilmente conciliabili con gli sviluppi futuri del movimento.

Il danno per la Sinistra italiana proviene dalla formazione del Partito Democratico, equivoco nella piattaforma ideale, figlio di una proposta politica superabile, che tenta di fondere nell'altoforno della socialdemocrazia la dottrina sociale della Chiesa con il socialismo europeo, riuscendo nell'impresa di creare un bastardo non riconosciuto né dall'elettore cattolico (che ha votato primariamente UDC e PDL), né da quello socialista (che si è accorto che non potrà mai avere un reale partito liberal, laico, pienamente riformista).

La ricetta di creare un PD del Nord appare come un boutade prossima ad essere catalogata tra le migliori vaccate del 2008. Perché la Sinistra torni a vincere è necessario che faccia la cosa più semplice: essere di Sinistra (cioè socialista).
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