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22 novembre 2007

22 Novembre

Rai - Grosse polemiche per i palinsesti concordati con Mediaset. I giornalisti scioperano, Mediaset annuncia querele e Bruno Vespa si difende: "Le intercettazioni non mi riguardano". Per rafforzare la sua tesi questa sera presenterà in diretta il plastico del nuovo partito di Berlusconi.

Fedele Confalonieri risponde duro a chi accusa Berlusconi di aver controllato la RAi durante i cinque anni del suo ultimo governo. "Vogliono colpire Silvio e Walter... La nostra unica possibilità è mettere insieme le forze che la pensano nello stesso modo su quattro o cinque punti fondamentali per la modernizzazione del paese e che raccolgano complessivamente il 60-70 per cento dei consensi". Quando si dice il partito-azienda.

Silvio Berlusconi dichiara che la nuova svolta è stata fatta "per salvare il paese". Pronto l'appalto per la costruzione della croce.

Europei 2008: l'Inghilterra fuori dal lotto delle qualificate. Licenziato il tecnico McClaren. Non ha spiato alla perfezione gli schemi della Croazia.

Altre cronache di Battufolandia, dalla lettera di San Silvio ai coordinatori regionali di Forza Italia: "Si è aperta una nuova esaltante pagina, ho posato la prima pietra di quello che è già nella mente e dei cuori della maggior parte degli italiani: il grande partito della libertà e dei moderati. Un partito che intende rovesciare la piramide del potere. Non è una svolta populista, ma rafforza la democrazia, per noi gli elettori contano più di chi ci rappresenta". Tradotto in parole semplici: "okay, non vi ho detto niente, sorpresina per tutti, facciamo un nuovo partito per la democrazia". E pensare che Egli stesso ha definito quella del PD una fusione a freddo, imposta dall'alto. Qui rovescia la piramide del potere, ma sopra ci sta sempre lui. Il vertice rovesciato rappresenta una punta di democrazia, sulla grande base siede lui: il Signore Salvatore. E poi dicono che la geometria non serve a nulla.


7 novembre 2007

Biagi, Luttazzi e la libertà del centrodestra

Il ritorno di Daniele Luttazzi e la quasi contemporanea morte di Enzo Biagi hanno scatenato i ricordi sul famoso editto bulgaro di Silvio Berlusconi. Le persone non sono come il vino: invecchiando non sempre migliorano, ma per carità cristiana diventano migliori una volta morte. Il vino al massimo diventa aceto. Ad Enzo Biagi, come a chiunque altro (si pensi al Craxi rivisitato da D'Alema), capiterà lo stesso: chi non lo ha amato farà professione di liberalità, concedendogli un tributo postumo. Chi lo ha riverito lo santificherà. Personalmente ho letto un unico libro della sua vasta produzione ("Dinastie", ricostruzione di quattro grandi famiglie capitalistiche degli anni '80) e non ho mai approfondito troppo il suo stile colloquiale, intimo e compassato. Era comunque un decano della professione e soprattutto una persona perbene, onesta, mai volgare. Il che è veramente tanto per questi tempi.

Le rievocazioni dei maggiorenti della repubblica hanno rimarcato il suo ruolo di vittima sacrificale della censura politica (che importa quanto Berlusconi, tanto D'Alema), amara sorte condivisa proprio da Luttazzi. Si fanno i distinguo del caso, c'è chi fa finta di non ricordare e c'è chi prova a difendere l'operato di Berlusconi. L'effetto più sorprendente di questi due eventi collegati è il ribaltamento del concetto di libertà tanto caro agli elettori di destra. Talmente caro da ridurlo a una imago sine re. Priva di sostanza, questa abusata libertà che campeggia in ogni brand di Forza Italia, finisce con l'essere confusa nel triste schema bipolare, quello del conflitto politico, spogliata dei suoi principali orpelli. Così leggiamo in Daw una critica a Luttazzi fin troppo prevedibile, basata sull'assunto che il comico, nella sua opinabile volgarità, deve la popolarita, il successo al fatto che fosse a "libro paga" di Silvio Berlusconi. Da stipendiato si permetteva pure di parlarne male! Ecco, questo ragionamento secondo il quale la prestazione d'opera impone un sottinteso divieto di critica all'operato del datore di lavoro, è quanto di più oppressivo si possa immaginare. In barba non solo ai principi costituzionali o a quelli più recenti ribaditi dallo Statuto dei Lavoratori, in tema di discriminazione sul posto di lavoro, ma anche alla tanto celebrata libertà di cui si vorrebbe addirittura far partito.

Freedom Land, solitamente più sensibile rispetto a queste questioni, dimentica di sottolineare che a Biagi fu impedito di continuare a professare le proprie libere opinioni nella tv pubblica, che si intende di tutti i cittadini (Biagi compreso) e non a servizio del pubblico rappresentato dal governo in carica. Peggio ancora sono i commenti che insistono in modo volgare sull'età del giornalista defunto, spostando l'attenzione dal tema centrale della libertà di espressione a un piano personale, condito da finto sarcasmo e risate sotto i baffi.

Si rallegrino a destra. C'è chi al centro arriva a teorizzare la necessità di essere eletto per poter parlare in tv ed esprimere opinioni di parte. Aristofane e Rousseau si staranno rivoltando per l'ennesima volta sulla propria tomba.

Non si chiede il lutto, ma nemmeno di istituzionalizzare quell'idea demoralizzante (e vincente ahimè) secondo la quale la vera libertà di opinione è raggiunta esclusivamente con lo scontro di due verità parziali contrastanti.
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