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30 novembre 2009

30 anni di The Wall, Pink Floyd



Concepita come un'opera magniloquente da Roger Waters, in risposta a una grave crisi finanziaria di una band assalita dalle tasse e da un manager poco onesto, The Wall rappresenta la summa di quella che Gino Castaldo ha definito l'egomaniacale visione del mondo del leader dei Pink Floyd. Opera discussa, vendutissima (un milione di copie per anno, nel computo totale), capace di portare i Pink Floyd al numero uno di Billboard dei singoli, fatto bizzarro per un gruppo da canzoni lente e lunghe, preferibilmente strumentali, The Wall rimane il modello insuperato di un certo rock auto-indulgente e riflessivo, che presenta ambizioni letterarie, nell'ultimo disperato tentativo, in chiusura di un decennio violento, di definire la forma artistica del rock.

In questa ambizione Roger Waters trova la diga di David Gilmour, sereno e rilassato come sempre, che non ha mai condiviso la visione ultra-pessimista del collega, impegnato a fare i conti con la propria solitudine e con la propria dilagante ossessione (un padre morto e mai conosciuto, l'essere ricchissimo e prigioniero di una macchina sforna soldi, che lo mette in contrasto con la sua indole socialista... sconosciuto, eppure ispiratore della band più grande del mondo). Questa diga cederà miseramente qualche anno più tardi, durante i lavori di produzione degli scarti di The Wall, incisi con il nome profetico di The Final Cut, l'ultima pugnalata, ma anche l'ultima incisione.

Quando si analizza e si rivive la storia di un prodotto musicale, concepito per un supporto ormai superato (il doppio vinile a 4 facce e dunque 4 momenti narrativi), vecchio di 30 anni, l'unica domanda che dobbiamo farci è se esso è ancora attuale, nelle liriche e nel suono.

Rispetto agli album migliori dei Pink Floyd The Wall è meno superato di Dark Side Of The Moon, soprattutto nella direzione del suono, meno complicata e in qualche modo più inventiva rispetto all'intero catalogo floydiano. Dark Side è troppo legato al vinile per suonare moderno all'orecchio contemporaneo, anche se ha un lavoro di arrangiamento e una compattezza musica - parole - effetti sonori eccezionale, quasi insuperabile. Animals e Wish You Were appaiono meno superati, forse perchè nascondono una capacità di sorprendere minore nei confronti degli altri, una monotonia, anche isterica, soprattutto nell'incedere sarcastico di Waters e nei fraseggi tutt'altro che sdolcinati di Gilmour (in Animals, mentre rimane qualche traccia fluttuante in Shine On You Crazy Diamond), che è il tratto dominante della musica di questi anni. La peggior eredità lasciata agli epigoni dei Pink Floyd è stata la trasandatezza del progressive britannico, troppo barocco per apparire sincero, e l'uso scostumato dei sintetizzatori, a riempire il vuoto pneumatico rilasciato dalla mancanza di ispirazione. Un destino ingiusto per una band che ha innovato profondamento la musica contemporanea, già dagli anni Sessanta.

The Wall invece è formato da tanti episodi, insolitamente fugaci per una band abituata a srotolare tappeti sonori per chilometri e chilometri di viaggi allucinati, tra dispersioni oniriche e improvvise immersioni nel subconscio. C'è molta meno filosofia nei testi, nei quali tiranneggia l'ossessione di Waters, metaforico al limite della provocazione, soprattutto quando associa l'esistenzialismo casinista del clichè della rockstar dei suoi tempi (tutta sesso, droga, camere d'albergo sfasciate e matrimoni falliti) a un Goebbels psichedelico, onnivoro nella sua aspirazione al dominio, al razzismo, alla misoginia. Un racconto che si dipana tra momenti acustici e momenti elettrici, nei quali l'elettronica e la sperimentazione pura, marchio di fabbrica del gruppo, vengono messe da parte in favore di un racconto a piccoli paragrafi, che accompagna la formazione del protagonista, guarda caso chiamato Mr. Pink Floyd.

C'è qualcosa di tragico e di esagerato nell'esistenza del personaggio, che a tratti rievoca Syd Barrett e si fa beffe dei peggiori vizi di alcuni componenti della band, incompreso e solo, incapace di comunicare, eppure in grado, nonostante tutto, di salvarsi dal tritacarne della società pedagogica dell'Inghilterra post-seconda guerra mondiale. Potenza vincitrice privata del suo antico ruolo di dominatrice, che prova a ricostruirsi ammonendo i giovani sui sacrifici sopportati dai genitori nell'arco di due guerre devastanti, l'ultima combattuta per la sopravvivenza di un'idea svanita nel risveglio della Crisi di Suez.

Il ritmo disco-marziale dell'anthem di ribellione Another Brick In The Wall illumina tutta la prima stanza, reagendo con forza ai tentativi di auto-indulgenza di Waters, che quando va fuori le righe afferra il momento della consolazione, aggrappandosi al braccio della chitarra di Gilmour, che ricorda sempre al momento giusto che i Pink Floyd sono una band che fa rock'n roll e non si perde nel vittimismo (da One Of My Turns a Don't' Leave me Now).

Così l'album scorre con i giorni di Pink, sempre più cosciente della propria esclusione da un mondo, che è prima è degli adulti e poi è troppo infantile per comprendere le sue turbe da successo: il muro è completo, mattone dopo mattone, i nemici lo hanno circondato (il conformismo, le istituzioni, una madre che gli chiede troppo, le ragazze facili che cercano solo piaceri momentanei e la guerra, come sottofondo-metafora, di un mondo pozzanghera nel quale è impossibile sorreggersi con le proprie gambe).

Poi però avviene il processo di decostruzione, una maturazione che passa attraverso le droghe, il rapporto demagogico e fagocitante col proprio pubblico (un'esperienza diretta dei Pink Floyd, costretti dalla loro fama a suonare in stadi sempre più grandi, nei quali si faceva fatica a suonare insieme), scandito dalle liriche superbe di Nobody Home, dallo straordinario episodio di Comfortably Numb, il miglior brano mai scritto dalla coppia Waters-Gilmour, fino allo sconvolgimento finale di The Trial, il frammento cardine della narrazione, nel quale Pink fa i conti con sè stesso e viene a capo della propria depressione, del proprio stato d'animo, riuscendo a liberarsi del muro (chiuso dalla veggente frase reaganiana "tear down the wall"). Solo, ma di fronte ai suoi pari.

Al di là delle macerie finiscono anche i Pink Floyd, distrutti da diatribe personali relative al controllo artistico della band, che in realtà sottintendono sempre il vil denaro e il discorso mai chiarificato sulle percentuali. Un complesso che ha fatto in tempo a consegnarci qualche capolavoro e un album come questo, che in alcuni episodi suona straordinariamente moderno, anche se rispetto agli altri capitoli importanti della discografia del quartetto di Cambridge è decisamente meno omogeneo e sperimentale.

The Wall, Pink Floyd, EMI 1979

Brani migliori: Comfortably Numb, Hey You, Mother, Nobody Home, Young Lust, The Trial


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